martedì 20 febbraio 2018

LA PROFEZIA DEL SACERDOZIO FEMMINILE






Paolo Cugini

Gli studi di teologia femminista hanno ormai da anni raggiunto non solo un livello di scientificità di pregevole valore, ma stanno portando la comprensione delle dinamiche culturali stratificate nel testo biblico e nella tradizione ecclesiale, in questa direzione. 'rusi che subisconoa risultati impensabili. Del resto, per chi è abituato ad un approccio del testo biblico veicolato dalla tradizione che è prevalentemente maschile, fa fatica a cogliere le sfumature che lo sguardo femminile riesce a percepire. E’ strano pensare che facciamo parte di una tradizione culturale che ha trattato le donne come inferiori, come degli esseri la cui anima era messa in discussione sino al VII secolo d.C. C’è stata una concentrazione di mondi che si è unito per mettere fuori gioco le donne. Le culture che si affacciano sul Mediterraneo e, in modo particolare quella semitica, greca e romana, non hanno risparmiato colpi e argomentazioni fantasiose per dimostrare l’inferiorità di quello che in seguito sarà definito il sesso debole. Da una parte, il pensiero greco ha preparato le basi filosofiche per l’elaborazione di un’antropologia misogina, che supportava la già esistente cultura patriarcale. Poi sono arrivati i romani, con Seneca, Plinio il Giovane e Giovenale, solo per fare qualche nome, rafforzando l’impostazione antropologica dualista e tendenziosa a favore dell’uomo, mostrando come proprio questa struttura antropologica giustificava la subordinazione della donna nei confronti dell’uomo. Subordinazione che doveva essere ben chiara anche sul piano sociale, nella distribuzione degli spazi: all’uomo la piazza, alla donna la casa, per accudire i figli e tutto il resto.
E’ sul piano sociale che si gioca la battaglia dei sessi. Nel dibattito culturale dei primi secoli del cristianesimo uno dei temi principali che apparirà già negli scritti del Nuovo Testamento, sarà la decisione di chi spetta ad insegnare in luogo pubblico. Il tema acquista significato proprio nell’avvento del cristianesimo, in quanto la casa domestica diviene il luogo della costituzione delle prime comunità cristiane. Ed è proprio nella casa, spazio in cui culturalmente la donna non solo è relegata, ma è chiamata ad assolvere la sua identità, che le comunità cristiane assistono al protagonismo delle donne, che prendono la parola per insegnare. Il pensiero cristiano antico, sviluppatosi nell’epoca patristica, utilizzerà tutti gli strumenti possibili, incalzato anche dalla cultura pagana circostante, per riportare l’ordine, vale a dire, far tacere le donne. Punto di svolta di questa involuzione culturale, saranno le parole dell’autore della prima lettera a Timoteo che intimerà alle donne di tacere: “La donna impari in silenzio in piena sottomissione. Non permetto alla donna d’insegnare, né di dominare sull’uomo, rimanga piuttosto in atteggiamento tranquillo” (1 Tm 2, 11-12).
Da questo momento in avanti, si costituisce una vera e propria alleanza culturale per dimostrare l’inferiorità della donna sull’uomo e della necessità dell’uomo di guidare la donna, che le deve rimanere sottomessa. Ciò che il pensiero patristico aggiungerà all’abbondante produzione culturale misogina del mondo greco e romano, saranno non solo l’approfondimento dell’antropologia platonica sul tema, ma soprattutto la fondazione scritturistica della subordinazione della donna nei confronti dell’uomo. In primo luogo, si sottolinea il fatto incontestabile che il primo ad essere creato da Dio fu Adamo e, solo in seguito venne creata Eva, dalla famosa costola. C’è dunque, una subordinazione che trova il suo avvallo persino dalla volontà di Dio. Oltre a ciò, e sarà uno dei cavalli di battaglia della produzione omiletica medievale contro la donna, è fuori discussione che, ad essere ingannata dal serpente fu proprio Eva e non Adamo. La debolezza naturale della donna, la sua fragilità fisica e di mente, la sua incostanza e la conseguente necessità di un uomo per poter realizzare la propria esistenza, trova d’ora innanzi nel testo biblico un inconfutabile alleato.
Come ha dimostrato Selene Zorzi in un recente studio[1], la produzione culturale cristiana nei confronti della donna si scatena arrivando a livelli parossistici, dopo il 1115 dopo Cristo, vale a dire dopo l’imposizione del celibato obbligatorio per il clero. “La marginalizzazione e la denigrazione delle donne sarebbe stata una sorta di tattica per incoraggiare la continenza del celibato[2]. Uno dei testi più famosi e più ripugnati di questa squallidissima produzione culturale cristiana, che la dice lunga sulle strutture patriarcali e misogine messe in atto per secoli dalla chiesa, è la predicazione di Pier Damiani dell’XI secolo: “Dico a voi, incantatrici dei chierici, voluttuosa carne del diavolo, che avete gettato fuori del paradiso, voi, pozione delle menti, spade delle anime, veleno di chi beve e dei banchetti, materia del peccare, occasione del perdersi […] Venite ora, ascoltatemi, puttane, prostitute con i vostri baci lascivi, voi luoghi in cui si avvoltolano grassi porci, giacigli per spiriti impuri, semidee, sirene, streghe […]”[3].

Leggere questi brani aiuta a capire come mai la chiesa fa così fatica ad ammettere le donne al sacerdozio ministeriale. Ci sono stati molti secoli di predicazione del genere, di manipolazione della realtà, di alleanze culturali che hanno relegato la donna non solo in casa, ma nei bassifondi della storia. La stratificazione paternalista e misogina in Occidente è entrata così in profondità da convincere le stesse donne ad essere inferiori. Basta sfogliare le pagine di alcuni testi prodotti in ambito cristiano, che incitano le donne a rimanere sottomesse agli uomini per essere felici davanti a Dio, per rendersi conto del disastro culturale e spirituale messo in atto. La donna serve alla riproduzione e alla cura dei figli e della casa: punto e a capo. Questa impostazione resterà normativa per tutto il medioevo fino a tempi recenti. L’unica differenza che si manifesta in epoca moderna sarà quella della perdita d’importanza dell’argomentazione antropologica a favore dell’argomentazione basata sui ruoli sociali. L’obiettivo esplicito di queste argomentazioni sarà quella di giustificare l’esclusione della donna dall’ordinazione sacerdotale. In tutta l’epoca moderna continua l’opera denigratoria nei confronti delle donne considerate volubili e deboli d’animo, incostanti e troppo loquaci: tutti argomenti considerati ostacoli all’ordinazione.

Sfogliando la letteratura cristiana dell’epoca patristica, medievale e moderna sul tema del ruolo della donna nella società, oltre a rimanere allibiti per il vuoto delle argomentazioni e la cattiveria nei loro confronti, si percepisce l’assenza totale di argomentazioni significative nei confronti del tema così delicato dell’esclusione delle donne dall’ordinazione sacerdotale. Senza dubbio, si percepisce che il clima fortemente ostile creato nei secoli, rendeva difficile, direi impossibile un loro inserimento nella gerarchia ecclesiale. Oggi però, non si giustifica più. Si tratta, infatti di argomenti culturali, tra l’altro argomentazioni di bassissimo livello, persino ripugnanti nei confronti delle donne e non di elementi significativi su cui poggiare una decisione così ferma.
A mio parere l’ammissione delle donne al ministero sacerdotale nella chiesa cattolica sarebbe un gesto profetico. In un clima culturale sempre più ostile alle donne, che le vede sempre di più deboli, oggetto sessuale più che persone, inferiori al punto da non ricevere lo stesso salario degli uomini quando realizzano lo stesso lavoro, ma più basso, un clima che sembra confermare tutti i pregiudizi misogini della cultura patriarcale occidentale, l’ammissione delle donne al ministero sacerdotale sarebbe un gesto in controtendenza, che farebbe riflettere molto. Vorrebbe, infatti dire, che la chiesa dalle parole è passata ai fatti. Dalle parole dei documenti ufficiali, in cui si esalta il “genio femminile”, al fatto di considerarla degna di assumere ruoli ritenuti da sempre esclusivi per gli uomini. Del resto, la Bibbia è piena di questi gesti profetici, di segni che provocano il popolo d’Israele, segni che indicano un cammino nuovo, che rivela, allo stesso tempo, l’erroneità del vecchio. La profezia viene dalla capacità di guardare lontano, dalla forza di liberarsi dalle chiusure asfittiche del tempo presente, delle logiche di potere nelle quali si rimane avvinghiati. La profezia è sempre la vittoria della misericordia sulla durezza della legge, è lo spazio offerto allo Spirito di entrare nella storia degli uomini e delle donne per sconvolgerlo, riorganizzarlo. La profezia è segno di libertà che apre cammini nuovi, sull’esempio di ciò che realizzava Gesù. La profezia è forza di smascheramento della religione degli uomini che offusca la bellezza liberante della Parola di Dio con tradizioni umane, dalla logica perversa, che discrimina e mette gli uni contro gli altri.

E’ di questa profezia che noi oggi abbiamo bisogno. Ed è proprio questa profezia che noi oggi attendiamo dalla chiesa: la profezia del sacerdozio femminile. Per togliere ogni dubbio, per smascherare tutti gli inganni. Per poter dire con chiarezza, che se nel mondo c’è ancora chi ritiene la donna inferiore all’uomo, noi no. Se c’è ancora che ritiene la donna incapace d’insegnare e spiegare la Parola di Dio in pubblico, noi no. Se c’è ancora qualcuno che sostiene che la donna non è capace di condurre una comunità, che non ha carisma sufficiente per discernere e orientare, noi diciamo chiaramente che non è vero. Carissima chiesa, noi ti chiediamo: non lasciarci senza argomenti. Soprattutto, però, ti chiediamo: non negarci questa profezia.



[1] ZORZI, S., Al di là del “genio femminile”. Donne e genere nella storia della teologia cristiana, Carocci, Roma 2015
[2] Ivi, p. 142
[3] Ivi p. 146

sabato 10 febbraio 2018

IL DEVOZIONISMO RELIGIOSO E I MALI DELLA SOCIETÀ OCCIDENTALE





Paolo Cugini

La devozione è sorta e si è sviluppata in un periodo in cui i dati biblici e patristici erano andati dispersi. E’ questo che c’insegnano i recenti studi storici. La devozione si è, dunque, alimentata della superstizione, della paura del sacro. La devozione tocca il sentimento e manifesta il timore di Dio, un Dio percepito come terribile, capace di punire in ogni momento e ad ogni ora per ogni forma di disobbedienza. Per poter controllare il potere del Dio distruttore, del Tremendum, per dirla con Rudolf Otto, il devozionismo ha messo in atto un sistema di precetti e di doveri che il fedele deve eseguire per non essere travolto dalla forza di Dio. Eseguiti i precetti il devoto è a posto, pronto per poter fare nella vita ciò che vuole. La devozione agisce sulla separazione tra sacro e profano. Il sacro esige sacrifici, riti, precetti in un contesto sacrale. L’esecuzione dei riti permette al fedele di viere nel mondo profano in modo fedele e sicuro. La devozione offre sicurezza al devoto, quella sicurezza interiore che gli dà la certezza di avere fatto tutto quello che deve fare per stare in pace con Dio e, soprattutto, per fare in modo che Dio non lo colpisca. La relazione tra sacro e fedele è stimolata dal senso di colpa, incentivata dal sentimentalismo devozionale, che mette in atto una serie di meccanismi che non permettono al fedele di sfuggire alla logica dei precetti. La devozione rende l’uomo e la donna schiavi dei riti, dei precetti. In cambio ottengono la sicurezza della salvezza e la possibilità di controllarla. Non è cosa da poco.

La cultura borghese, sorta in Occidente all’epoca del tardo medioevo e poi rafforzatasi con l’avvento della rivoluzione industriale, si è alimentata del devozionismo religioso. Potremmo affermare che non è mai esistito un connubio così stretto tra la dimensione spirituale della vita personale e quella sociale. Il borghese capitalista che sfrutta gli operai, arricchendosi sulle loro spalle, non si sente in colpa, ma anzi si sente confermato nel suo lavoro per il semplice fatto che compie alla perfezione tutte le prescrizioni previste dalla devozione religiosa. Ci sono dei borghesi che vanno a messa tutte le domeniche o addirittura tutti i giorni. Borghesi che recitano il rosario, fanno le novene dei santi a cui fanno riferimento. Sono generosi elargendo significative offerte ai luoghi di culto. C’è poi lo stile borghese della persona che vive la sua vita tranquilla tra lavoro e famiglia. E’ il modello sociale propagato con l’avvento dell’era industriale in tutte le sue fasi ed è quello stile oggi indicato con la classe media. Quando si passa dalla società agricola alla società industriale, il modello borghese prende il sopravvento trovando nella religione devozionale il supporto per giustificarla. Vita serena, tranquilla. Una volta realizzato il lavoro c’è tempo per Dio e per la propria vita. Possibilità di organizzare il tempo libero a proprio piacimento, con ferie e settimane bianche. Il modello borghese chiude le persone in una sfera del mondo, non permettendo di cogliere il legame tra i mondi. Se, infatti, c’è una parte che sta bene, questo benessere è il prodotto delle lacrime e delle sofferenze di un’altra parte del pianeta. C’è tutto un sistema che non permette di sentire questo legame intrinseco. Anche la devozione moderna contribuisce a rendere sordo e cieco il devoto, la devota. Chiusi nella necessità dell’osservanza, i devoti non si preoccupano del loro stile di vita agiato e tranquillo, anzi lo incentivano. Non a caso è l’Occidente devoto che ha elaborato il più criminale sistema economico mai esistito, vale a dire il neoliberalismo. Questo modello sta producendo giorno dopo giorno masse enormi di diseredati, di esclusi dal lauto banchetto dei pochi che possono beneficiare di tutto. E’ vergognoso leggere ogni anno le classifiche stilate dalla rivista Forbes degli uomini e di qualche donna più ricchi del mondo, che arricchiscono sempre di più anno dopo anno, mentre allo stesso tempo aumentano i disperati, i senza tetto, i poveri, coloro che perdono tutto, o che pur lavorando si vedono assottigliare il salario rendendo difficile la loro sopravvivenza e delle loro famiglie. C’è una religione che è complice di questo massacro che si sta perpetuando e diffondendo in tutto il mondo; è la religione dei devoti, di coloro che restringono il campo dell’azione di Dio nel loro cuoricino che diventa sempre più piccolo e ottuso, per non sentire le grida dei disperati del mondo. E’ la religione dei moderati, di coloro che con le loro devozioni attutiscono la forza dirompente del Vangelo di Gesù, che annuncia il Dio che non fa differenza di persone e la comunità in cui nessuno vive nel bisogno, perché chi ha di più condivide con chi ha meno.

Questo modello sociale e religioso tipicamente Occidentale produce una massa enorme non solo di rifiuti materiali, ma soprattutto di rifiuti umani. E’ questa un’espressione forte utilizzata per la prima volta dal sociologo polacco Zygmunt Bauman. E’ un’espressione forte che, però, esprime bene il significato profondo di questo modello sociale e religioso. Quando una società si allea con la religione per cercare un proprio benessere a scapito di altri, vuole dire che c’è qualcosa che non va, che non funziona. Una grande massa di rifiuti umani si trovano ormai nelle nostre città, nei nostri quartieri. Masse di persone che provengono di paesi impoveriti a causa dalla presenza Occidentale. Questo è il grande paradosso della società Occidentale: ci sono paesi ricchi di ogni ben di Dio sia nel suolo che nel sottosuolo, ma che sono divenuti strapieni di poveri a causa della violenza dell’uomo Occidentale che è entrato in casa loro per depredare tutto a costo zero. Per stare bene noi a casa nostra, c’è molta gente che a casa loro sta male. Le montagne di rifiuti che vediamo non solo nelle discariche, ma ormai ai cigli delle strade, sono il simbolo della nostra società disorientata, una società opulenta, grassa, una società che ha smarrito il cammino. Se da un lato c’è una società che produce rifiuti in quantità spaventosa, dall’altra c’è la società che si ciba di questi. C’è qualcosa di spaventoso e d’irrazionale in tutto ciò, segno che manca un pensiero umano alla guida del mondo, in coloro chiamati a guidare le sorti dell’umanità. Le chiese, in questa prospettiva, non possono limitarsi a celebrare riti per i devoti di turno, ma devono fare tuonare la voce profetica del Vangelo attraverso scelte radicali che dicano esplicitamente la rottura con il sistema perverso neoliberale.

Purtroppo non abbiamo ascoltato i profeti che, già all’inizio del secolo scorso ci mettevano in guardia. Charles Péguy, ad esempio, ci allertava sul pericolo di elaborare progetti politici e sociali senza tener conto della realtà. Camminare nella storia con i piedi per terra, ascoltando la realtà che si manifesta come molteplice e quindi non in modo uniforme, significa elaborare percorsi sociali e politici in cui la diversità non sia un’eccezione, ma trovi posto con tutta la sua dignità. Mettersi in ascolto della realtà oggi significa ascoltare il grido dei diseredati, dei rifiuti umani e creare degli spazi affinché si possano esprimere e indicare a noi nuovi cammini di salvezza. Lo stesso Emmanuel Mounier che nel 1932, in mezzo alla più grande crisi economica del secolo scorso, lanciava sulla rivista Esprit da lui fondata un appello contro lo sfacelo della cultura borghese, incapace di salvaguardare i valori della persona. Non a caso, proprio sulle pagine di questa rivista Mounier e i suoi collaboratori, elaborarono il progetto del personalismo comunitario, mostrando come non sia possibile salvaguardare la dignità della persona umana senza un riferimento alla comunità. E’ proprio la comunità il problema che diviene evidente in questo passaggio della cultura Occidentale. Comunità, infatti, che non riesce più a costruire legami in cui tutti possano realizzare le loro potenzialità. Constatiamo, infatti, giorno dopo giorno, una comunità di persone diseguali, una società in cui pochi stanno bene, a scapito di un sempre maggior numero di persone che stanno male. Quella grande donna che è stata Simone Weil ci allertava, in uno dei suoi diari, sulla necessità di educarci all’attenzione come modalità per rimanere in contatto con la realtà e non perderla di vista. Se c’è un dato che invece è chiaro è che il mondo Occidentale ha costruito tutto un armamentario che lo rende ogni giorno sempre più distratto e, in questo modo, diviene incapace di ascoltare il reale, sordo al grido dei disperati, chiuso nel proprio benessere, insensibile dinanzi ai drammi umani che accadono attorno a noi, incapace di elaborare percorsi che siano attinenti alla realtà fatta di uomini e di donne e non di numeri.

Lo scriveva Péguy più di un secolo fa: la rivoluzione sarà morale e spirituale o non sarà. Non saranno progetti politici a cambiare la direzione di questa storia malata d’individualismo. In questo percorso di rivoluzione spirituale la comunità cristiana ha senza dubbio un compito importante a patto che sappia mettere al centro il Vangelo di Gesù, la sua Parola e che si lasci ispirare da Lei.

venerdì 2 febbraio 2018

SIAMO TUTTI DIVERSI




L’intervento di Teresa Forcades al Ciclo di Teologia della donna organizzato a Reggio Emilia
 
Paolo Cugini

Giovedì primo febbraio si è svolto presso l’hotel Astoria di Reggio Emilia il secondo dei quattro incontri del ciclo: “Teologia delle donne”, organizzato dalle amiche del gruppo di cristiani LGBT della stessa città. A prendere la parola, in una sala davvero gremita di gente, segno di un bisogno grande di ascoltare parole nuove e diverse sul tema della sessualità e della diversità, è stata la teologa spagnola suor Teresa Frocades. La serata è stata una boccata di aria fresca, anche perché questa suora benedettina non ci ha parlato di ascesi o di castità, ma di sessualità in un modo nuovo, proponendo una visone antropologica nella quale tutti e tutte si sentano accolti. Teresa Forcades è una monaca benedettina di origine catalana. E’ medico (ha studiato negli Stati Uniti), teologa (dottorato a Barcellona e a Berlino); si interessa di psicoanalisi e di femminismo.

 Che cosa ci ha comunicato durante la serata? La sete di verità di una donna innamorata del Signore e della sua Parola, una donna dotata di un’intelligenza straordinaria, che comunica i risultati delle sue ricerche con molta semplicità e umiltà. I punti del suo intervento sono stati sostanzialmente due. Nel primo Teresa ci ha aiutato ad entrare nel mistero della sessualità umana, sforzandosi di mettere da parte le teorie e le teologie, per concentrarsi sulla realtà. Ebbene, nella realtà non esiste solamente una struttura binaria della sessualità – maschio e femmina -, ma ogni tanto si presentano persone che non rientrano in questo schema. Forcades ci ha mostrato che, sino ad ora, sia la medicina che la teologia hanno sempre fatto di tutto per fare in modo che ciò che si presentava come minoranza sessuale, fosse esclusa, repressa, modificata per mantenere inalterata la teoria della presenza binaria della sessualità. Per quale motivo? La struttura binaria della sessualità è retaggio della cultura patriarcale, che indica la supremazia dell’uomo sulla donna, esigendone la sottomissione. Sono dinamiche di potere che esigono delle prese di posizione antropologiche e teologiche. Ascoltando la realtà ci si rende conto che, quando si tratta di persone e non di cose, il criterio della maggioranza non serve più, anzi è nocivo. “Occorre un’antropologia teologica – ha ribadito la Forcades -  per la maggioranza o per tutti? Per tutti. E’ la teoria che deve adattarsi alla all’esperienza. Basta una persona per provocare il cambiamento della teoria. Non è la quantità l’importanza”.

Come ci ricorda papa Francesco nell’Evangeli Gaudium, la realtà è più importante dell’idea e la precede. Teresa Frocades ha applicato questo principio alla sessualità umana, per farci comprendere che le teorie sessuofobe e omofobe, nascono da un non ascolto della realtà, dall'ottusità di voler rivestire la realtà con la camicia di forza delle proprie ideologie per giustificare una specifica visione del mondo oppressiva, in cui il più forte domina sul più debole (struttura binaria sociale e politica). I casi concreti narrati da Teresa durante l’incontro, avevano l’intento di mostrare come la natura si ribella tutte le volte che non la rispettiamo e non l’ascoltiamo, tutte le volte che la imprigioniamo nei nostri schemi ideologici.
La prospettiva binaria della cultura Occidentale non riesce a descrivere la realtà e, di conseguenza, occorre fare lo sforzo di ripensare la teoria per renderla il più umana possibile. E’ in questa direzione che si è mossa Teresa Forcades nella seconda parte della serata, approfondendo il cuore dell’antropologia cristiana che vede l’uomo e la donna creati ad immagine di Dio. Che cosa significa questa immagine? Se Il tempo e lo spazio sono elementi fondanti della struttura umana, così come ci ha insegnato Kant, elementi che non si trovano in Dio, come si fa a pensare che siamo ad immagine di Dio se Dio non ha tempo, spazio, sesso? Se l’antropologia binaria creata dalla cultura patriarcale ha incentivato la proposta della complementarietà identificando la libertà con la mascolinità e l’amorevolezza con la femminilità, con tutte le conseguenze negative di un’impostazione infelice come questa, l’antropologia attenta alla realtà deve guardar altrove per cercare ispirazione. Teresa Forcades ha trovato nel mistero della Trinità, che ha studiato per anni per la realizzazione del suo dottorato in teologia, il punto di riferimento per la sua nuova impostazione antropologica. L’amore trinitario non ha nulla a che vedere con la complementarietà. “Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono tre persone distinte: questo è il centro del pensiero trinitario nella storia. Sono differenti, ma non nel senso di uno che completa l’altro”.
Amare, in questa prospettiva trinitaria, non significa andare alla ricerca di qualcosa che ci manca e quindi ci completa. Dio non ci ama perché ne ha bisogno, per completarsi: la gratuità è centrale nell’amore trinitario e nel cristianesimo in generale. Per comprendere meglio il senso dell’amore trinitario Forcades fa appello ad un termine teologico: pericoresi, che significa fare spazio intorno. L’amore trinitario, come amore pericoretico, produce spazio intorno alle persone. In questa prospettiva, è comprensibile come l’amore autentico non solo esige, ma produce libertà per la persona amata. “Percepisco che qualcuno mi ama quando sento che nella relazione, accanto a quella persona, lo spazio attorno a me si amplia. In questo tipo di relazione posso anche essere me stessa in qualcosa che ancora non so di me, si schiude uno spazio nuovo attorno a me in cui oso entrare. Questo spazio è la migliore definizione dell’amore”.

Amare significa fare spazio all’altro in modo tale da permettergli di essere ciò che deve essere. Tutte le volte che la relazione si chiude nella complementarietà duale, rischia di collassare. La dinamica della pericoresi garantisce all’amore un dinamismo creativo. In questa prospettiva antropologica, come si capisce, non c’è più spazio per il dominio di una parte sull’altra e la successiva richiesta di sottomissione. L’amore esige libertà, spazio. “Dio non ha complementarietà – ha concluso Teresa Forcades -, ma reciprocità, verità, fuoco. E allora, quando due persone si amano con impegno, non può essere la differenza sessuale ad ostacolare questo amore”.


Il numeroso pubblico presente alla serata sarebbe rimasto ancora a lungo ad ascoltare le profondi riflessioni di questa suora speciale. Il desiderio, è comunque di continuare la riflessione affinché le idee condivise possano col tempo modificare le pratiche violente in atteggiamenti amorevoli e di pace. 








martedì 30 gennaio 2018

GESÙ PANE DI VITA


UNITA’ PASTORALE PADRE MISERICORDIOSO E SANTA MARIA DEGLI ANGELI


I MARTEDÌ TEOLOGICI

Relatore: Maurizio Marcheselli

Sintesi: Paolo Cugini
Discorso sul pane della vita. Gesù come pane della vita. Non insisto sul carattere eucaristico del testo. Cerco di riflettere su cosa dice questa immagine sulla persona di Gesù.

Il pane come simbolo. Un simbolo è un’immagine, un modo di utilizzare l’immagine. Non tutti i modi di utilizzare le immagine nel parlare si equivalgono. Giovanni predilige usare le immagini come simboli, cioè non come allegorie. Il simbolo presuppone che avvicini due cose. Simbolo: comporre, cacciare insieme. Ci devono essere due elementi. La prima è un’esperienza della vita ordinaria. Il secondo è un plusvalore che fa riferimento a dinamiche spirituali. Se viene meno l’aspetto concreto da cui io parto, non mi rimane niente. Un simbolo per funzionare ha bisogno che rimanga vivo il significato dell’esperienza concreta nella vita ordinaria. Il Gesù di Giovanni ama molto parlare con simboli. Qui abbiamo il simbolo del pane. Dobbiamo conservare nella mente il mangiare se vogliamo capire che cosa Gesù dice nel capitolo 6. Gesù in Giovanni predilige questo simbolo base che è il mangiare. Che cos’è il cibo per la mia vita ordinaria? Il mangiare, il cibo è essenziale per la vita. Gesù vuole offrire un significato ulteriore a questo livello materiale che è il mangiare. C’è un cibo che non si ricava dai cereali e che serve per vivere. Quale pane per quale vita? Gesù non procede per contrapposizioni. Non si oppone nulla, anzi devo conservare nella memoria l’esperienza gradevole del mangiare, per cogliere quello che Gesù mi vuole fare intravvedere una realtà più profonda. L’avere bisogno di cibo permette a Gesù di condurci verso il bisogno di un’altra vita. Se Dio esiste, per definizione la sua vita non ha principio né fine. Gesù lavora sull’immagine del pane, ne fa un simbolo. A Gesù piace partire sempre da qualcosa di materiale, per condurci verso l’altrove. A partire da esperienze sensibili Gesù ci vuole parlare di qualcosa di spirituale.

Il racconto del segno: Gv 6, 5-11. E’ il racconto più raccontato di tutti i vangeli. Il modo in cui Gv racconta questo episodio ha alcune particolarità, che veicolano il significato specifico che Gv ha visto in questo episodio. Gesù è salito sul monte, alza gli occhi e vede una folla che viene a Lui. Nei sinottici sono i discepoli che cominciano a preoccuparsi. Qui nessuno si preoccupa. Tutta l’iniziativa è nelle mani di Gesù. E’ Gesù che fa la domanda. E’ una caratteristica tipica della narrazione di Giovanni sui segni. Es. il cieco nato. Se si ripete vuole dire che non è casuale. Nessuno può chiedere quel che non conosce. E il dono che Gesù fa è qualcosa di inimmaginabile. Per questo è Gesù che prende l’iniziativa. “Da dove”: il problema è l’origine. Da dove prenderemo dei pani perché questi mangino. Nel Vangelo di Giovanni la questione dell’origine è fondamentale. Da dove viene il pane che dobbiamo dare loro? La questione del da dove è uno delle questioni cruciali del Vangelo di Gv. L’origine del donatore e l’origine del dono è la stessa. Quel da dove, quel luogo da cui sta tirando fuori il pane, non è diverso dal luogo da dove Lui stesso è venuto. In questo quadro ci vedo tutta la storia di Gesù. Il mistero di Dio come mistero di Padre e Figlio era rimasto nascosto sino a quando Gesù non è venuto in mezzo a noi. Dio dal suo monte, guardando le folle degli uomini, ha deciso d’intervenire. Il dono è come il donatore. Vale anche nella nostra esperienza. Quando si fa un regalo, il regalo è il riflesso di chi lo fa. Il dono ha le caratteristiche del donatore. Il pane ha le caratteristiche del donatore. Questo dono non è l’esisto di una domanda, ma il frutto di un’azione libera, gratuita. Si capisce, allora l’ironia di Gv 6,7. Il pane che Gesù sta per dare non si compra da nessuna parte. Diceva questo per metterlo alla prova. Quel pane si compra da qualche parte? Abbiamo comprato Gesù? Quel pane fa pare di quelle cose che non sono in commercio. Tutto parte da un’iniziativa gratuita di Gesù.

Gv 6,11: che curioso modo di raccontare! Perché Giovanni racconta in questo modo insistendo sul rapporto immediato? Gesù prende il pane e lo dà. Cfr. Gv 10: nessuno mi toglie la vita, io la do da me stessa. Ho il potere di darla e di prenderla di nuovo. In Gv c’è un’insistenza fortissima sulla libertà con cui Gesù ha consegnato se stesso alla morte. Gesù non si fa aiutare perché il pane che Gesù dà riflette l’atto di dare la vita al mondo. Il Gesù che dà il pane ai 5 mila è l’immagine di Gesù che consegna la sua vita e lo può fare solo Lui.

Due apici:
1.      Incarnazione: In Gv i gesti e le parole sono sempre intrecciati. Gesù spiega il senso del pane che aveva distribuito il giorno prima. A Cafarnao c’è una folla dai quali emergono i giudei. La folla interviene 4 volte e Gesù risponde 4 volte. Il primo apice del discorso è quando Gesù parla con la folla. Gv 6,35: Io sono il pane della vita. Gv 6,30: allora gli dissero: quali segno tu compi? La folla vorrebbe un segno e ricorda alla manna. Gesù interroga: chi diede? Micca Mosè, ma Dio. Gesù puntualizza il soggetto. E poi passa dal passato al presente. Non leggere diede, ma dà. La Scrittura parla di un pane che Dio dà adesso. Qual è il pane di Dio? Il pane di Dio è quello che discende dal cielo. Espressione che si apre a due possibili interpretazioni. Il greco è ambiguo e consente le due letture. La folla capisce il pane e non la persona. Gesù non ha ancora detto che è Lui quel pane. Solo dopo dice: io sono il pane della vita. Quel pane che dà la vita coincide con la mia persona. Gv usa tre tipi di parole per dire vita: Psychè (vita terrena); sarx (carne che è l’esistenza umana che ha un inizio e una fine)  e Zoè (questa vita per Gv è la vita in senso assoluto, è la vita come Dio ce l’ha. Se Dio esiste la sua vita è eterna). E’ la parola che c’è qui: il pane della vita. Si parla di un pane che sostenta, alimenta in noi la vita stessa di Dio. Quel pane è Gesù. E’ la sua persona che è alimento. La sua persona, il suo sé è il pane che Dio ha disposto per avere la vita di Dio. La vita eterna comincia adesso, quando accogliamo Gesù. L’equivalente del mangiare è credere. Mangiare il pane ha come equivalente credere in Lui. La fede è l’atto con cui metabolizzo il pane. Mangiare vuole dire il credere. Perché Gesù aggiunge al mangiare il bere? Sino ad ora non aveva ancora parlato di bere. Is 55: o voi tutti assettati… E’ molto simile a Gv 6: questa roba non si compra. La cosa interessante è questa: che cos’è questo cibo e questa bevanda? Isaia dice che mangerete cibi succulenti. Ascoltatemi e nella misura in cui ascolterete mangerete. Ascoltami, perché se ascolti mangi. E’ come in Gv 6: si mangia Gesù che è parola di Dio fatta carne. La Parola di Dio è il vero pane. La prima fame che noi abbiamo è la fame di senso. Si muore di questa fame. Cfr. Proverbi: Donna Sofia è la personificazione della Sapienza. La Sapienza si è costruita la sua casa: ho imbandito la mia tavola. Gesù si sta comportando come il profeta e come la Sapienza. Che cosa si mangia da donna Sofia? Lei, la Sapienza. A coloro che sono stolti Sofia dà da mangiare la Sapienza stessa. E’ pane di vita perché Gesù è Parola fatta carne. Come la Bibbia diceva dei profeti re dei saggi, la Parola è il primo cibo che abbiamo bisogno, perché la parola ci rivela il senso delle cose.  

2.      Croce. Gv 6,48-51: Gesù in Gv è il pane della vita. Il secondo apice: il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. Il pane è la mia carne. Il pane che darò per la vita del mondo. La novità di questa frase è che qui parla della croce. Questo testo vuole dire: la carne è la dimensione fisica, di essere umano. In che senso Lui è pane in questo contesto? La sua esistenza di uomo Gesù la darà per, a vantaggio di. La sua carne, la sua esistenza umana è per, a vantaggio di. E’ una carne per. Gesù sta pensando la sua morte. Gesù darà la sua carne per, nella morte. In che senso la carne di Gesù, la sua umanità, consegnata alla morte, è pane? Per Giovanni la croce è un momento di rivelazione suprema, nella croce si è svelato il mistero, rivelazione dell’amore di Dio per il mondo, che si manifesta con l’amore che Dio ha per noi. La croce è l’espressione più estrema dell’amore di Dio per il mondo. La croce è l’icona dell’amore. La fame più radicale che abbiamo è che qualcuno ci voglia bene, che qualcuno ci ami. E’ la fame dell’essere voluti bene. E’ questo di cui abbiamo bisogno di mangiare: l’amore di Cristo per noi. E’ questo il pane. Buon appetito.