martedì 22 maggio 2018

La Chiesa come Popolo di Dio nell’Evangelii Gaudium di Papa Francesco




Paolo Cugini

Il perno dell’impostazione ecclesiologica di papa Francesco è la ripresa di uno dei temi centrali del Concilio Vaticano II, vale a dire la Chiesa come Popolo di Dio. In un recente saggio Roberto Repole afferma che: “La categoria più importante con cui il Concilio Vaticano II ha parlato della Chiesa è stata quella del Popolo di Dio”[1]. Quando la Lumen Gentium descrive la Chiesa nel suo svolgimento storico, lo fa parlando della Chiesa come Popolo di Dio. Francesco riprende, dunque un’immagine di Chiesa, cara al Concilio, ma che per tante ragioni nei decenni successivi era andata perdendosi, lasciando spazio ad altre immagini, prima fra tutte la Chiesa come comunione. Con Francesco, dunque, c’è una ritrovata centralità della categoria ecclesiale di Popolo di Dio, che il Papa esprime in diverse occasioni sin dagli inizi del suo pontificato.

L’immagine della Chiesa che mi piace è quella del santo popolo fedele di Dio. E’ la definizione che uso spesso, ed è poi quella della Lumen Gentium al numero 12. L’appartenenza ad un popolo ha un forte valore teologico: Dio nella storia della salvezza ha salvato un popolo. Non c’è identità piena senza appartenenza ad un popolo. Nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae considerando la complessa trama di relazioni interpersonali che si realizzano nella comunità umana. Dio entra in questa dinamica popolare. Il popolo è soggetto. E la Chiesa è il popolo di Dio in cammino nella storia, con gioie e dolori. Sentire cum Ecclesia dunque per me è essere in questo popolo”[2].

 La Chiesa è un mistero che sorge dalla Trinità e s’incarna storicamente in un “Popolo pellegrino ed evangelizzatore”. E’ questa idea di popolo, così centrale nella riflessione conciliare[3], che permette a Papa Francesco di sviluppare un’idea a lui cara e che riprenderà anche in altri documenti, vale a dire il dato biblico, che il pensiero profetico ha, ad un certo punto del suo percorso, sviluppato e approfondito, che tutti sono chiamati alla salvezza. E’ questo “tutti”, che acquisisce una dimensione universalista nella riflessione bergogliana, e che provoca e stimola la Chiesa ad allargare i propri orizzonti. La sensibilità ecclesiale di Francesco che esprimerà non solo nei pronunciamenti magistrali successivi, primo fra tutti il capitolo ottavo dell’Amorsi Laetitia, che affronteremo in seguito, è già ben evidente nei primi passi del suo pontificato. La Chiesa come Popolo di Dio esprime la volontà di un destino universale della salvezza. Anche questo tema è mutuato dall’impostazione conciliare che esprimeva il desiderio di una Chiesa aperta a tutti, sentita e percepita come casa di tutti, senza nessun escluso[4]. “Mi piacerebbe dire a quelli che si sentono lontani da Dio e dalla Chiesa, a quelli che sono timorosi e agli indifferenti: il Signore chiama anche te ad essere parte del suo popolo e lo fa con rispetto e amore” (EG 114). Senza dubbio è possibile percepire in simili espressioni il nesso tra universalismo della salvezza e Chiesa della misericordia, anche questo tema assi caro a Papa Francesco, che segna in profondità il suo pontificato.

 La percezione che nessuno si salva da solo, implica l’importanza di una convocazione ecclesiale rivolta a tutti. “Questo popolo che Dio si è scelto e convocato è la Chiesa. Gesù non dice agli Apostoli di formare un gruppo esclusivo, un gruppo di élite. Gesù dice: Andate e fate discepoli tutti i popoli (Mt 28,19)” (EG 113). Francesco fa notare che, quest’appello di Gesù, fu recepito sin dall’inizio dalla comunità cristiana. Infatti, San Paolo afferma nella lettera ai Galati che “non c’è più giudeo né greco… Perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28). Se, allora, i cristiani sono invitati ad annunziare a tutte le genti il Vangelo della salvezza, ciò significa che essere Chiesa vuole dire essere Popolo di Dio, aperta a tutti, senza esclusione di nessuno. La dimensione missionaria della Chiesa è intrinsecamente legata alla comprensione che ha di se stessa come Popolo di Dio.

La più significativa conseguenza dell’immagine della Chiesa come popolo di Dio è la corresponsabilità di tutti al processo di evangelizzazione. Nessuno deve sentirsi escluso, soprattutto in virtù del battesimo, che ci rende tutti figli e figlie di Dio, con uguale dignità.

“Tutti facciamo il nostro ingresso nella Chiesa come laici. Il primo sacramento, quello che suggella per sempre la nostra identità e di cui dovremmo sempre essere orgogliosi, è il battesimo. Attraverso di esso e con l’unzione dello Spirito Santo, i fedeli vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo” (LG 10).

 E’ da questa importante presa di posizione del Concilio Vaticano II che Papa Francesco rilancerà con forza la necessità di una Chiesa in cui tuti e tutte si sentano corresponsabili. A partire dalle importanti intuizioni espresse nell’Evangeli Gaudium sulla corresponsabilità dei laici alla vita della Chiesa, Francesco ha espresso più volte e in diverse circostanze la portata ecclesiale della visione della Chiesa come Popolo di Dio. Da una parte, conduce alla valorizzazione del laicato e, dall’altra, ad una nuova comprensione del ministero presbiterale. Famose, a questo proposito, sono le reiterate prese di posizione nei confronti di quella malattia endemica che Francesco chiama clericalismo[5], tipica di chi vive il ministero più come un prestigio personale, che come un servizio da realizzare all’interno del popolo di Dio, in relazione al gregge affidato.

“Ci fa bene ricordare che la Chiesa non è un élite dei sacerdoti, dei consacrati, dei vescovi ma che tutti formiamo il santo popolo fedele di Dio […] Siamo, come sottolinea bene il Concilio Vaticano II, il Popolo di Dio, la cui identità “è la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito Santo come in un tempio” (LG, 9)[6]

In questa prospettiva per Francesco diventa di fondamentale importanza il lavoro che viene svolto nei seminari, durante gli anni che preparano i futuri pastori del gregge. Nel discorso che il Papa ha tenuto all’incontro con i vescovi responsabili del Consiglio Episcopale Latinoamericano (CELAM) nel 2013, sosteneva che la formazione dei seminaristi non può essere orientata solamente alla crescita personale, ma alla sua prospettiva finale: il popolo di Dio[7].
C’è dunque, una comune dignità che ci rende tutti figli e figlie di Dio, appartenenti allo stesso Popolo di Dio, chiamati per vocazione ad annunciare a tutti la gioia del Vangelo. E’ su questo dato specifico che si fonda la corresponsabilità di tutti i fedeli, nessun escluso. Certamente, la sensibilità su questo specifico tema così caro a Papa Francesco deriva dal cammino della Chiesa Latinoamericana dalla quale proviene. In ogni modo, è significativo sottolineare che la scelta di Francesco di utilizzare e valorizzare l’immagine della Chiesa come Popolo di Dio non è casuale e arbitraria, ma fonda un modo specifico d’intendere il ruolo dei fedeli laici, la loro corresponsabilità e ministerialità.

Proprio perché è Popolo di Dio, la Chiesa è invitata ad incarnarsi in tutte le culture che incontra sul proprio cammino. La cultura dice del modo di essere di un popolo. E’ nella cultura di un popolo che incontriamo la sua identità, perché raccoglie il suo stile di vita, le proprie modalità espressive maturate durante i secoli e che lentamente si sono strutturate in una forma specifica. Siccome la persona umana è per sua natura relazionale, tende a costituire una società. “L’essere umano è sempre culturalmente situato: natura e cultura sono quanto mai strettamente connesse. La grazia suppone la cultura, e il dono di Dio s’incarna nella cultura di chi lo riceve” (EG 115). La Chiesa, dunque, non può esistere se non inculturata. E’ questa la lezione che deriva da testi conciliari come LG 13 e GS 53-62.
“Il popolo di Dio nulla sottrae al bene temporale di qualsiasi popolo, ma al contrario favorisce e accoglie tutte le risorse, le ricchezze, le consuetudini dei popoli, nella misura in cui sono buone e, accogliendole, le purifica, le consolida ed eleva” (LG 13).

Questa sensibilità tipicamente conciliare, deve comunque molto al particolare tipo di recezione avvenuta in America Latina e, soprattutto, in Argentina. E’ ormai parere comune[8]che l’idea della Chiesa come popolo di Dio presente in modo così significativo nel magistero di Papa Francesco, oltre ad essere espressione del contributo conciliare al dibattito sulla Chiesa, viene mutuato dal Papa a partire dalle riflessioni della teologia del popolo di matrice argentina. Vale la pena, allora, soffermare la nostra attenzione un istante su questo passaggio. Secondo il teologo argentino Scannone, La teologia del popolo formulata in Argentina a partire dalla fine degli anni ’60 del secolo scorso, costituisce una versione contestualizzata della teologia della liberazione che, in quegli anni del dopo-concilio, si andava formulando in America latina[9]. La teologia del Popolo identifica con quest’ultimo termine i poveri che, oltre a costituire la maggioranza della popolazione, mantengono e trasmettono la cultura propria del popolo a cui appartengono[10]. Due elementi fondamentali derivano da questa basilare constatazione.
 La prima, è l’attenzione costante che la teologia del popolo ha mantenuto sulle culture locali, come forma di sopravvivenza dell’identità dei poveri. Non a casa Papa Francesco dedica pagine significative nel suo magistero al tema delle culture non solo nell’Evangli Gaudium, ma anche tutte le volte che nei suoi viaggi entra in contatto con popoli le cui culture locali sono minacciate. Toccare la cultura di un popolo significa mettere a rischio la sua sopravvivenza. Significative sono le reiterate prese di posizione nei confronti della salvezza delle culture dei popoli indigeni, minacciate dalla distruzione causata dalle multinazionali stranieri sul territorio latinoamericano. L’altro aspetto importante è la presa di posizione nei confronti dei poveri. Non a caso, i teologi argentini sosterranno l’opzione preferenziale per i poveri, realizzata per la prima volta nel 1968 a Medellin. Ecco perché Scannone sostiene che:

“L’opzione preferenziale per i poveri, realizzata a Medellin e formalizzata a Puebla (1979), non si oppone all’opzione compiuta da quest’ultima Conferenza per l’evangelizzazione della cultura e delle culture dei popoli, giacché, de facto, coincidono. E probabilmente anche de jure, perché sono loro – i Juan Pueblo, le persone comuni prive dei privilegi del potere, dell’avere o del sapere – che fanno trasparire nel modo migliore e più autentico la cultura comune del Popolo”[11]

Prima di essere una categoria sociologica, il popolo indica uno stile di vita comune, che identifica un popolo rispetto ad un altro. In questa prospettiva, afferma Repole, “Il popolo di Dio non può che esistere strutturalmente nei diversi popoli, ovvero nelle differenti culture: è l’unico popolo di Dio, che esiste però concretamente come abitato dalla pluralità dei popoli e delle culture in cui vive”[12]

Del rapporto Vangelo e cultura così come Papa Francesco lo intende ne tratteremo in modo approfondito più avanti. In questo paragrafo, strettamente legato al tema della Chiesa come Popolo di Dio, è importante sottolineare una tematica che nella Evangeli Gaudium è centrale, vale a dire il sensus fidei dei credenti[13]. L’evangelizzazione dei popoli non può essere delegata ad un corpo speciale della Chiesa, perché tutti, in virtù del Battesimo, sono discepoli e missionari:

 “In tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito che spinge ad evangelizzare. Il Popolo di Dio è santo in ragione di questa unzione che lo rende infallibile in credendo. Questo significa che quando crede non si sbaglia, anche se non trova parole per esprimere la sua fede. Lo Spirito lo guida nella verità e lo conduce alla salvezza. (EG 119)[14].

Secondo Papa Francesco, Dio ha dotato i fedeli di un sensu fidei, un istinto della fede, che gli permette di discernere ciò che viene direttamente da Dio. Del resto, questa intuizione è in linea con la teologia del cuore che il pensiero profetico aveva elaborato all’epoca dell’esilio in Babilonia, che sosteneva che Dio avrebbe impresso nel cuore di ogni uomo la sua legge, per permettere a tutti di conoscerla. In virtù del Battesimo ogni fedele riceve lo Spirito Santo che concede loro una relazione intima, intuitiva con la realtà divina, che dona loro una saggezza speciale, anche se non posseggono gli strumenti adeguati per esprimerla con precisione. Probabilmente Francesco deduce queste riflessioni dal suo lavoro pastorale precedente, svolto all’interno della Chiesa argentina. Sono le situazioni critiche della vita che conducono i fedeli a sperimentare la forza dello Spirito Santo ea discernere la scelta giusta da realizzare. In questa prospettiva il sensus fidei, prima di essere un tema teologico, è un’esigenza che il Popolo di Dio sperimenta nel vissuto quotidiano. In ogni modo, tutti i membri del Popolo di Dio sono discepoli e missionari, chiamati ad annunciare il Vangelo a tutti. Non si può parlare di nuova evangelizzazione e di nuovo impulso missionario, senza il coinvolgimento effettivo del Popolo di Dio.
 Chi ha fatto l’esperienza dell’amore di Dio non può esimersi dall’impegno di evangelizzare. Per questo compito, sottolinea Francesco, non c’è bisogno di corsi specifici, perché l’esperienza dell’amore di Dio vissuta dal cristiano è sufficiente per il primo annuncio. E’ esplicito il richiamo in questi passaggi, alla riflessione realizzata nella Chiesa latinoamericana e contenuta nel documento di Aparecida, in cui s’invitano tutti i discepoli e missionari a realizzare una grande missione su tutto il territorio del Continente[15]. Il teologo Repole ha fatto notare come Francesco porti sul campo della pastorale ordinaria un tema centrale nel Vaticano II, ma che non fu sufficientemente approfondito nel dopo concilio[16]. Il sensus fidei del Popolo di Dio permette di comprendere meglio il senso di una Chiesa tutta coinvolta nel processo di evangelizzazione e chiamata a discernere i segni dei tempi nel vissuto quotidiano. Ecco perché la teologia argentina ha sempre avuta un’attenzione particolare per la pietà popolare, come espressione del sensus fidei fidelium. L’ha considerata come un elemento costitutivo del cammino del popolo di Dio. Anche Papa Francesco collega il sensus fidei alla pietà popolare, presentandola come espressione del Vangelo inculturato e invita a leggere le sue azioni quali espressioni di una vita teologale, “dal momento che vi è all’opera quello Spirito Santo di cui i cristiani sono unti”[17]. Agli occhi di Papa Francesco le azioni della pietà popolare, che non ha nulla da spartire con la devozione popolare, sono la manifestazione di una vita teologale animata dall’azione dello Spirito Santo che è stato riversato, come ci ricorda san paolo nella lettera ai Romani, nei nostri cuori (cfr. Rom 5,5). La pietà popolare è, in questa prospettiva, “spiritualità incarnata nella vita dei semplici” (EG 124)[18].




[1] REPOLE, R., Il sogno di una Chiesa evangelica – L’ecclesiologia di papa Francesco, cit. p. 50; cfr.: ALMEIDA, L. et al. El futuro de la reflexión teológica en América Latina. Bogotá: Editorial CELAM, 1996. p. 195-241;
[2] SPADARO, A., Intervista a papa Francesco, p. 459
[3] Cfr. VITALI, D., Popolo di Dio, Cittadella, Assisi 2013
[4] Per la posizione conciliare su questo tema specifico della prospettiva universalista della salvezza cfr.: CANOBBIO, G., Chiesa perché. Salvezza dell’umanità e mediazione ecclesiale, San Paolo, Cinisello Balsamo 1994. Cfr. anche: YÁNEZ, H. M. (a cura di). Evangelii gaudium: il testo ci interroga. Roma: Gregorian University Press, 2014. p. 159-170
[5] Cfr. “Il clericalismo si dimentica che la visibilità e la sacramentalità della Chiesa appartiene a tutto il Popolo di Dio (cfr. LG 9-14) e non solo a pochi eletti e illuminati” in Lettera del Papa Francsco al Cardinale presidente della Pontificia Commissione per l’America Latine, sta in: FRANCISCO, Palabra profetica y mision, Santiago de Chile, Ed. Copygraph, 2016 p. 15
[6] FRANCESCO, Il santo popolo fedele di Dio, in Il Regno/Doc 61 (2016/7), 201-2014, p. 202
[7] “La formazione è un’opera artigianale, non poliziesca. Dobbiamo formare il cuore. Altrimenti formiamo piccoli mostri. E poi questi piccoli mostri formano il popolo di Dio. Questo mi fa venire davvero la pelle d’oca […] Bisogna sempre pensare ai fedeli, al popolo fedele di Dio. Bisogna formare fedeli che siano testimoni della resurrezione di Gesù. Il formatore deve pensare che la persona in formazione sarà chiamata a curare il popolo di Dio. Bisogna sempre pensare nel popolo di Dio” (discorso citato in: SPADARO, A. Svegliate il mondo! Colloquio di Papa Francesco con i superiori generali, in La Civiltà Cattolica
[8] Cfr. REPOLE, R., Il sogno di una Chiesa evangelica – L’ecclesiologia di papa Francesco, Cit., p.65s; SCANNONE, JC., Quando il popolo diventa teologo, EMI, Bologna 2016; ID, Vientos nuevos del Sud: La teología argentina del pueblo y el Papa Francisco, in Rev. Pistis Prax., Teol. Pastor., Curitiba, v. 8, n. 3, 585-611, set./dez. 2016; SCANNONE, J. C. Papa Francesco e la Teologia del popolo. La Civiltà Cattolica, n. 3930, p. 571-590, mar. 2014; POLITI, S. Teología del pueblo: una propuesta argentina a la teología latinoamericana 1967-1975. Buenos Aires: Ediciones Castañeda, 1992.
[9] Su questo tema specifico cfr. GUTIERREZ, La teologia della liberazione, Queriniana, Brescia 1968; SCANNONE, J.C., La teologia della Liberazione. Caratteristiche, correnti, tappe in Stromata 38 (1982) p. 3-40
[10] Cfr. SCANNONE, J.C., Quando il popolo cit. p. 13s
[11] Ivi, p. 14
[12] REPOLE, R., Il sogno di una Chiesa evangelica, cit. p. 67; cfr. anche su questo tema: GALLI, C. M. El pueblo de Dios en los pueblos del mundo. Catolicidad, encarnación e intercambio en la eclesiología actual. 1993. 455 f. Tesi (Dottorato in Teologia) — Facultad de Teología, Universidad Católica Argentina, 1993.
[13] Su questo tema cfr. VITALI, D., Sensus fidelium: una funzione ecclesiale di Intelligenza della fede, Morcelliana, Brescia 2013; Commissione Teologica Internazionale, Il Sensus fidei nella vita della Chiesa (disponibile in francese sul sito della Santa Sede),  giugno 2014.
[14] Significativo notare che in nota il testo rimanda al numero 12 di LG.
[15] Cfr. CELAM, Aparecida
[16] Cfr. REPOLE, R., Il sogno di una Chiesa evangelica, cit. p. 71
[17] Ivi, p.75
[18] C’è      ui, in questo passaggio significativo, un’espicita citazione del documento di Aparecida, di cui Bergoglio fu uno dei principali redattori.

lunedì 21 maggio 2018

VEGLIA DI PREGHIERA DI REGGIO EMILIA: IL SIGNORE HA CAMMINATO IN MEZZO A NOI







Paolo Cugini

E’ stato un momento di preghiera indescrivibile. E’ questa la sensazione a caldo che si sentiva nell’aria, vale a dire la sensazione di aver partecipato ad un evento carico di emozioni in cui si sentiva forte la presenza di Dio. Senza dubbio Dio è stato presente con noi in questa veglia, non solo perché eravamo in una chiesa, ma perché ha fatto sentire la sua presenza attraverso gesti, parole, incontri, canti.  Molta gente, proveniente anche dalle città vicine, hanno partecipato all’evento. Si sono viste persone di tutte le età. C’erano giovani, anziani, scout, giovani africani, fedeli parrocchiani. Non è stata una veglia, dunque, ristretta a coloro che ruotano attorno al mondo LGBT: c’era tutta l’umanità presente nella chiesa di Reggio Emilia.  La presenza del Vescovo ha senza dubbio attirato il mondo cattolico alla Veglia. Questo è già un primo fatto estremamente positivo, che vale la pena sottolineare. La presa di posizione coraggiosa del Vescovo non ha sol creato unità, ma ha soprattutto attirato l’attenzione di tutta la comunità sul tema delle persone omosessuali. E’ stato proprio questo il punto di partenza del discorso di Mons. Camisasca: “prima di tutto sono qui perché voi siete persone”.

C’era  molta attesa per le parole del vescovo Massimo Camisasca, che si è dimostrato un vero padre, un vero pastore che guida il suo gregge, mostrando attenzione per tutti, esprimendo parole di accoglienza e di comprensione.

Sono qui per pregare. Che cos’è una Veglia: è attingere allo sguardo che Gesù ha avuto sull’uomo e sulla donna e chiedere Dio che questo sguardo possa entrare anche in noi. Gesù non è stato connivente con nessun peccato dell’uomo. Se oggi possiamo dire nel tuo essere straniero, nel tuo orientamento di vita che non c’è nulla che possa discriminarti lo dobbiamo a Gesù. Il suo è stato un segno spesso non compreso. Occorre una continua conversione del cuore. Per questo partecipo alla sofferenza di chi è rimasto colpito”.

La maggior parte delle persone presenti, non addentro alle tematiche delle persone omosessuali, hanno colto il valore di una Chiesa che si sta sforzando di capire, di porsi al fianco delle persone LGBT, per ascoltare la loro sofferenza, camminare con loro. A me sembra che la veglia abbia aiutato ad aprire gli occhi dei fedeli. E’ stato come un collirio. Grazie alla presenza del vescovo i fedeli si sono accorti che esistono persone omosessuali, che non ha senso demonizzarle, perché sono persone e perché davanti a Dio tutti possono inginocchiarsi e pregare. La presenza del Vescovo ha tolto il velo sui pregiudizi che derivano dall’ignoranza, e dall’accettare, senza riflettere, il pensiero comune. E’ stato, dunque, un atto di svelamento, di comprensione nuova. Ai fedeli presenti alla Veglia è tata offerta la possibilità di comprendere in modo nuovo il mistero delle persone omosessuali.

“Cos’è la verità che rende liberi: è Gesù, è metterci alla sua scuola, è accogliere tutte le sue parole, senza selezionarle a nostro piacimento. Dio non ci chiede tutto subito, è paziente. Chiede a noi quello che passiamo dare oggi. Nello stesso tempo è esigente, per trovare orizzonti nuovi alla nostra carità. Sono queste le due parole che vorrei consegnarvi in questa veglia: pazienza di Dio ed esigenza del suo messaggio”.

Il Cammino di una piena integrazione delle persone LGBT dentro la chiesa è ancora molto lungo. Ma siccome il cammino per raggiungere qualsiasi meta è fatto di tappe, senza dubbio quella della veglia del 20 maggio a Reggio Emilia, è stata una tappa significativo verso l’accoglienza piena delle persone LGBT nella Chiesa.




martedì 15 maggio 2018

CREDO NELLA CHIESA: IL CAMMINO DELLE UNITA’ PASTORALI






I MARTEDÌ TEOLOGICI

Regina Pacis 15 maggio 2018

Relatore: Valentino Blgarelli
Sintesi: Paolo cugini

La bellezza del noi della comunità cristiana.
Quali sono gli elementi che non dobbiamo perdere di vista
La finalità della comunità cristiana è l’evangelizzazione, l’annuncio del Vangelo (LG 1)
Non è una questione ad intra, ma il noi che dà delle buone notizie all’oggi.
Papa Francesco nell’Amoris Laetia traccia un modo di procedere della comunità cristiana. Siamo abituati ad un paradigma pastorale che funziona così: vedere, giudicare, agire. Papa Francesco cambia i termini. Primo non è vedere ma accompagnare. Vedere vuole dire che ti estranei che cosa c’è intorno.

Accompagnare significa che sei dentro la storia, cammini con delle situazioni. Non giudicare, perché significa che ti metti in una posizione nei confronti degli altri.

Il Papa dice: discernere. Che cos’è il discernimento? Non significa dice che cosa qualcuno deve fare, ma aiutare a leggere le situazioni e condure qualcuno a prendere una decisione dentro la situazione. Questo cambia la prospettiva della comunità cristiana. Insieme leggiamo, capiamo, comprendiamo e insieme cerchiamo di capire che cosa si può fare.
Terzo: Integrare, includere dentro un cammino che si fa.

Comunità pastorale. Dentro la comunità dobbiamo fare i conti con le fatiche di sempre. Non c’è un trionfo dell’evangelizzazione. Le vicende non sono semplici. Paolo deve fare i conti con delle fatiche esistenziali che non sempre riesce a risolvere. Cfr. 1-2 Corinzi.
C’è una modificazione antropologica decisiva in atto. Come comunità cristiana siamo spesso lenti. I nostri processi decisionali sono esasperanti.
A volte non siamo comunità vere; siamo molto formali. Ci fosse uno spirito di famiglia, certe cose sarebbero più agili. C’è un offuscamento della proposta di Gesù Figlio di Dio.

Perché vale la pena lasciarsi attrarre da Gesù? Che ci sia una proposta sfumata sull’originalità di Gesù è un dato di fatto. Questa sfumatura determina la formazione di un linguaggio che è lontano dalla vita.

Dobbiamo riprendere in mano le scritture.
Oggi la nostra preoccupazione è: come evangelizzare? Il come diventa una zavorra. Quando capita in parrocchia uno che si converte, che ritorna alla pratica cristiana. Paolo VI diceva che prima del come c’è la gestione del chiedersi cosa dice quel Vangelo a me oggi. Il come è una conseguenza del che cosa dice a me il Vangelo.
La comunità deve garantire la vivacità del Vangelo. Questo è il fine della comunità.
La comunità oggi nella sua configurazione deve salvaguardare due questioni:
1.      La persona
2.      Il noi della comunità

1.      La persona. E’ una grande istanza decisiva di quell’incrocio che è stato il fatto cristiano con l’educazione. Da Agostino sino a Maritain, il percorso è stato l’elaborazione della persona al centro del sistema educativo. Ciò ci deve portare alla comprensione di come funziona la persona. Quali sono le dimensioni costitutive della persona? Intelligenza, comportamenti affetti. Anche nell’annuncio del Vangelo abbiamo lavorato su queste dimensioni, ma non su tutte e tre. Abbiamo lavorato sull’intelligenza e sulla dimensione esperienziale. Non abbiamo lavorato sulla dimensione affettiva. La dimensione è in balia di tutto. E non c’è nulla che ci insegna ad amare e lasciarsi amare. Le situazioni più faticose sono quelle affettive. Siamo in presenza di comunità anaffettive.
 La comunità dovrebbe garantire la custodia della persona in tutte le dimensioni, compresa quella affettiva. Oggi la gente cerca relazioni vere, calde, non formali, dove ci si possa sostenere, accompagnare, dove non essere giudicati. Occorre evangelizzare gli affetti. Si tratta di prendere in mano le scritture e vedere tutte le dimensioni affettive che vengono descritte. Facciamo fatica a gestire l’affettività. Oggi quando ascoltiamo che Dio è amore, non ci fa più un grande effetto. Il Dio nel quale è amore e ci porta dentro questa relazione. E’ un Dio che si gioca negli affetti. Affetti, contenuti, dimensione comportamentale.

2.      Come possiamo permettere al noi della comunità di vivere le dimensioni della persona. Fare comunità significa fare dei passaggi, coltivare delle situazioni dove il noi sia riconoscibile.

a.      Cura della dimensione simbolica. E’ la grammatica del fatto cristiano. Il Vangelo è mettere insieme la mia vita con qualcuno. Il simbolo ci permette di unire. Abbiamo bisogno di recuperare la dimensione simbolica, per andare in profondità nei significati e non rimanere in superficie.
b.      Dimensione narrativa. La vita è ciò che puoi narrare. La comunità racconta una storia di cui è parte.
c.       Dimensione della gratuità. Oggi la gratuità spaventa.
d.      Creatività. Comunità che viaggiano sulla monorotaia. Non possiamo permetterci di rifare sempre le stesse cose allo stesso modo. Per salvare l’indifendibile stiamo perdendo di vista l’essenziale.
e.       Custodia. Le comunità dovrebbero oggi attivare il principio del prendersi cura gli uni degli altri.

Che cos’è la sinodalità? Sembra un tecnicismo della Chiesa. La sinodalità è l’identità, la natura della Chiesa. Syn - odos: camminare insieme. Tre articolazioni:
1.      Essere insieme.
2.      Fare le cose insieme.
3.      Camminare insieme con il Signore risorto.
La Sinodalità è una parola che tratteggia la realtà della Chiesa. Francesco parla di comunione dinamica.
La Sinodalità è il disegno di questo volto di chiesa dove viene valorizzato la figura del laicato. Nel Concilio Vaticano II la Chiesa è nella storia, e allora sono i laici che stanno nella storia ad evangelizzare. Rapporto tra preti e laici. Il prete non è colui che comanda e i laici eseguono. Secondo il Concilio i laici sono corresponsabili, insieme con carismi e situazioni diverse.
Cipriano (III sec. D. C.): non intraprendere nulla di mia iniziativa senza il consenso del popolo.
Il nuovo volto della comunità dev’essere attenta al:
1.      Fine. Che si declina senza dubbio in alcune attività concrete.
2.      La persona, gli affetti
3.      La sinodalità, cioè corresponsabilità
Che senso ha difendere una struttura che fa acqua da tutte le parti? Non pezze nuove sul vestito vecchio.


giovedì 10 maggio 2018

LA CHIESA DELLA MISERICORDIA




Paolo Cugini
C’è una qualità che a detta di Papa Francesco deve caratterizzare la Chiesa: la misericordia. Significativo il fatto che all’inizio del suo pontificato abbia voluto indire un anno dedicato proprio alla misericordia. Diversi sono i documenti[1] oltre che ad un libro intervista[2] dedicati dal papa a questo tema così importante del suo pontificato. Proprio nella conversazione con Andrea Toninelli, Francesco spiega come etimologicamente, misericordia significa aprire il cuore al misero. “E subito andiamo al Signore: misericordia è l’atteggiamento divino che abbraccia, è il donarsi di Dio che accoglie, che si piega a perdonare […] Per questo si può dire che la misericordia è la carta d’identità del nostro Dio. Dio di misericordia, Dio misericordioso”[3]. Francesco spiega il motivo dell’importanza della parola Misericordia nella vita della Chiesa, nei paragrafi iniziali della Bolla d’indizione del Giubileo straordinario della misericordia:
Misericordia: è la parola che rivela il mistero della SS. Trinità. Misericordia: è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro. Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato (MV2).
Si tratta dunque di una triplice motivazione: cristologica, antropologica ed ecclesiologica.

In primo luogo, nella prospettiva cristologica, la misericordia rivela il modo di Dio d’incontrare l’uomo. Rivela, dunque, il mistero stesso della Trinità ma, soprattutto, dice la realtà del Figlio. Nella seconda omelia tenuta in Santa Marta, Francesco arriva a sostenere che: “Il messaggio di Gesù è la misericordia. Per me, lo dico umilmente, è il messaggio più forte del Signore”[4]. Il volto misericordioso di Gesù rivela l’amore della Santissima Trinità. Relazione intrinseca, dunque, tra Santissima Trinità e Gesù Cristo, al punto che ciò che il Figlio mostra all’umanità della Trinità è proprio la misericordia. Ecco perché Francesco dedica tanta attenzione allo sviluppo del tema della misericordia così come si è venuto a delineare nell’attività pubblica di Gesù.
La sua persona non è altro che amore, un amore che si dona gratuitamente. Le sue relazioni con le persone che lo accostano manifestano qualcosa di unico e di irripetibile. I segni che compie, soprattutto nei confronti dei peccatori, delle persone povere, escluse, malate e sofferenti, sono all’insegna della misericordia. Tutto in Lui parla di misericordia. Nulla in Lui è privo di compassione (MV 8).
Nelle circostanze in cui Gesù si viene a trovare nella sua vita è costantemente mosso dalla misericordia. Lo troviamo, allora, a guarire i malati, a sfamare le folle, a liberare le persone indemoniate. Secondo papa Francesco, anche la vocazione di Matteo è da inserire nell’orizzonte della misericordia, perché solo lo sguardo misericordioso di colui che passava perdonando i peccati, poteva vedere nel cuore di quell’uomo un discepolo. Miserando atque eligendo: è il motto del pontificato di Papa Francesco preso dal commento di San Beda il Venerabile al brano della vocazione di Matteo. E’ la misericordia che elegge Matteo a discepolo di Gesù. Le tre parabole della misericordia, che s’incontrano nel capitolo 15 del Vangelo di Luca, presentano la misericordia come la forza che tutto vince, la forza di un Padre che non si dà mai pe vinto, nemmeno dinanzi alla durezza del peccato. E’ la misericordia che è capace di sciogliere qualsiasi tipo di durezza e resistenza e, in questo modo, apre nuove cammini. Commentando la parabola del servo spietato (Mt 18, 22-35) Papa Francesco riflette sul fatto che ogni cristiano è invitato ad essere misericordioso nei confronti dei fratelli e delle sorelle che incontra perché prima di tutto è stato lui ad aver ricevuto misericordia. Perdoniamo, allora, perché siamo stati perdonati.

Siamo chiamati a vivere di misericordia, perché a noi per primi è stata usata misericordia. Il perdono delle offese diventa l’espressione più evidente dell’amore misericordioso e per noi cristiani è un imperativo da cui non possiamo prescindere. Come sembra difficile tante volte perdonare! Eppure, il perdono è lo strumento posto nelle nostre fragili mani per raggiungere la serenità del cuore (MV 9).
Gesù ha posto la misericordia come ideale di vita e come criterio di credibilità della fede del cristiano. La prospettiva cristologica della misericordia appare anche nelle prime pagine della Lettera apostolica Misericordia et Misera, scritta da Papa Francesco a conclusione del giubileo straordinario della misericordia. Sin dai primi numeri, infatti, Francesco riporta l’incontro di Gesù con l’adultera narrato dal Vangelo di Giovanni (cfr. Gv 8,1-11). Nel testo viene anche riportato il commento che agostino fece su questo significativo incontro: “rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia”[5]. Quest’incontro è l’icona dell’anno della misericordia, perché rivela il cammino che la Chiesa deve compiere nella storia. Con i suoi gesti, infatti, Gesù rivela il senso autentico della legge, che consiste nell’amore che sa leggere nel cuore delle persone, per comprenderne il significato più nascosto e che deve avere il primato su tutto. Prima della necessità del giudizio, di applicare una legge, ci deve essere l’amore accogliente, che sa guardare nei cuori e scoprirne dei cammini. E’ questo il compito della Chiesa.
“In questo racconto evangelico, tuttavia, non si incontrano il peccato e il giudizio in astratto, ma una peccatrice e il Salvatore. Gesù ha guardato negli occhi quella donna e ha letto nel suo cuore: vi ha trovato il desiderio di essere capita, perdonata e liberata. La miseria del peccato è stata rivestita dalla misericordia dell’amore. Nessun giudizio da parte di Gesù che non fosse segnato dalla pietà e dalla compassione per la condizione della peccatrice” (MM, 1).
Il silenzio di Gesù nei confronti degli accusatori della donna, permette loro e alla stessa donna, di ascoltare la voce di Dio che parla nella coscienza di ogni persona. E’ questo silenzio che la Chiesa è chiamata a compiere nei confronti dei peccatori che incontra sul proprio cammino, per permettere loro di ascoltare la voce del Padre che parla al cuore di ogni persona.

In questa prospettiva si coglie l’aspetto antropologico della misericordia, nel senso che ogni persona ne ha bisogno per continuare a dare un senso alla propria esistenza, soprattutto in quei frangenti in cui qualcosa è intervenuto a rendere difficile il cammino della vita[6]. La misericordia è come una linfa vitale che ridà vigore e forza e che si manifesta in atteggiamenti concreti, perché l’amore non è mai teorico. Essa coinvolge i sentimenti, i comportamenti e gli atteggiamenti personali, dice della volontà di Dio di vedere ogni persona felice e non chiusa nella tristezza. Annunciando l’Anno Santo straordinario Papa Francesco esprime il desiderio che la misericordia entri nei cuori di coloro che vivono nelle più disparate periferie esistenziali, in tutte quelle situazioni di sofferenza e di precarietà del mondo d’oggi. Evangelizzare le periferie vuole dire anche questo. La misericordia di Dio espressa nella vita di Gesù dev’essere portata soprattutto in quelle situazioni esistenziali segnate dalla sofferenza e dall’esclusione. L’indifferenza, l’ipocrisia e l’egoismo possono essere vinti con l’annuncio gioioso della misericordia di Dio. Sempre in una prospettiva antropologica, il Papa ricorda l’importanza delle opere di misericordia corporale e spirituale. “Sarà un modo per risvegliare la nostra coscienza spesso assopita davanti al dramma della povertà e per entrare sempre di più nel cuore del Vangelo, dove i poveri sono i privilegiati della misericordia divina” (MV 15). Il Vangelo di Matteo ci ricorda che è su queste opere che saremo giudicati (cfr. Mt 25, 32s). Ogni cristiano allora, è invitato a portare parole di consolazione ai poveri, ad annunciare cammini di liberazione a tutti coloro che vivono nella schiavitù del vizio o di altre forme di schiavitù. La misericordia di Dio desidera incontrare l’uomo e la donna nelle loro fragilità e povertà, ma anche portare parole di speranza a tutti coloro che non riescono uscire dalle loro chiusure. Interessante, a questo punto, riportare le considerazioni che Papa Francesco faceva alla fine dell’anno giubilare dedicato alla misericordia:
 “Il perdono è il segno più visibile dell’amore del Padre, che Gesù ha voluto rivelare in tutta la sua vita. Non c’è pagina del Vangelo che possa essere sottratta a questo imperativo dell’amore che giunge fino al perdono. Perfino nel momento ultimo della sua esistenza terrena, mentre viene inchiodato sulla croce, Gesù ha parole di perdono: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,24)”[7].

E’ del perdono che l’umanità ha bisogno per poter rigenerarsi tutte le volte che per qualche motivo, si è allontanata dal cammino di dio. E’ per questo che il perdono non può mai essere rifiutato; non solo, ma non si possono porre condizioni alla misericordia richiesta e implorata, perché si tratta di un atto gratuito e voluto da Dio padre. Tutte le volte che vengono posti dei criteri o dei limiti alla ricezione della misericordia, si sta manipolando la volontà di Dio, che è amore infinito, incondizionato, per tutti in ogni momento della vita. Ecco perché Francesco ribadisce che: “Non possiamo, pertanto, correre il rischio di opporci alla piena libertà dell’amore con cui Dio entra nella vita di ogni persona” (MM 2). Qual’ è, allora, il segno visibile dell’umanità raggiunta dalla misericordia? Secondo Papa Francesco questo segno indiscutibile è la gioia. L’uomo, la donna, raggiunti dalla misericordia di Dio sperimenta la gioia, la pienezza di vita, la possibilità di ripartire. Quest’esperienza di gioia che sgorga dal perdono è narrata diverse volte nei vangeli. Ce lo dice la storia di Pietro (cfr LC 5), oppure nelle storie dell’adultera e della peccatrice[8]. Dove c’è perdono, c’è gioia. Questa gioia non può essere spazzata via dalle tristezze della vita quotidiana. Papa Francesco punta il dito sulla società dominata dalla tecnica che spesso porta gli uomini e le donne ad isolarsi, a vivere la triste esperienza della solitudine, che possono far sorgere sentimenti di malinconia, tristezza, noia, che possono condurre alla disperazione. In questo specifico contesto culturale sono necessari i testimoni della speranza, coloro cioè, che hanno sperimentato la gioia generata dalla misericordia ricevuta gratuitamente dal Padre. Sono proprio loro, a motivo della loro esperienza spirituale incarnata in un nuovo stile di vita, che possono aiutare l’umanità schiacciata nella solitudine e nella disperazione, ad uscire dai cammini illusori “per scacciare le chimere che promettono una facile felicità con paradisi artificiali per scacciare le chimere che promettono una facile felicità con paradisi artificiali”[9].

 La prospettiva ecclesiale della misericordia rivela il sogno di Papa Francesco di una Chiesa che vive in se stessa e si fa allo stesso tempo portatrice di ciò che è il cuore stesso del Kerigma: la misericordia di Dio annunciata da Gesù. Significativa è la scelta della data per l’inizio dell’anno santo della Misericordia, vale a dire l’8 dicembre, a cinquant’anni dalla Chiusura del Concilio Vaticano II. L’anno della Misericordia è posta in sintonia con il Concilio Vaticano II, per segnalare a che cosa la Chiesa universale deve fare riferimento nel suo cammino nell’oggi della storia. Proprio per questo motivo, Papa Francesco richiama alla memoria sia il discorso di apertura di papa Giovanni XXIII che quello di chiusura di Paolo VI.  Mentre il primo invitava la Chiesa ad abbracciare la medicina della misericordia più che le armi del rigore, Paolo VI faceva notare come la religione del Concilio fosse stata la carità. E’ dallo stile del Concilio, segnato dal desiderio di offrire la mondo dei ponti di misericordia, più che degli anatemi, che Papa Francesco intende indicare il cammino. Stile dialogico che, per valorizzare il contributo che ognuno può arrecare al bene dell’umanità, ha bisogno della misericordia di Dio. E’ della misericordia che il mondo ha bisogno, più che di sottolineature dottrinali. E’ questo il compito della Chiesa: portare al mondo la misericordia di Dio.

“L’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia. Tutto della sua azione pastorale dovrebbe essere avvolto dalla tenerezza con cui si indirizza ai credenti; nulla del suo annuncio e della sua testimonianza verso il mondo può essere privo di misericordia. La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole. La Chiesa vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia” (MV 10).
In queste parole accalorate del Papa è sottesa la presa di coscienza che troppo spesso la Chiesa si è fatta prendere la mano dal bisogno di giustizia, che è necessaria, ma che quando è posta in modo duro e severo, allontana le persone, soprattutto quelle che avrebbero bisogno di essere avvicinate. La Chiesa della Misericordia esprime il desiderio di accogliere tutti, soprattutto coloro che si sentono lontani o feriti dai drammi della vita. Per questo motivo: “È giunto di nuovo per la Chiesa il tempo di farsi carico dell’annuncio gioioso del perdono. È il tempo del ritorno all’essenziale per farci carico delle debolezze e delle difficoltà dei nostri fratelli. Il perdono è una forza che risuscita a vita nuova e infonde il coraggio per guardare al futuro con speranza” (MV 11). A questo proposito Papa Francesco ricorda le parole di Papa Giovanni Paolo II che nell’enciclica Dives in misericordia affermava che, a causa dell’arroganza dell’uomo dell’era della tecnica, che si sente padrone del mondo, le stesse parole perdono e misericordia sembrano inattuali, retaggio di esperienze che non sembrano più dire nulla all’uomo e alla donna di oggi. Eppure è proprio in questo contesto che la Chiesa non può venir meno al proprio compito di professare la misericordia che, a detta di Papa Giovanni Paolo II è: “il più stupendo attributo del Creatore e del Redentore”[10]. La misericordia è il cuore del Vangelo: è questa un’altra espressione cara a Papa Francesco, che rivela quanto per lui sia centrale il tema della misericordia nell’annuncio del Kerigma. La Chiesa non può che imitare lo stile di Cristo che va incontro a tutti senza esclusione di nessuno. Misericordia, in questa prospettiva, dice dello stile della Chiesa, stile di apertura, di dialogo e di accoglienza con tutti. Per questo motivo Francesco afferma che: “La prima verità della Chiesa è l’amore di Cristo. Di questo amore, che giunge fino al perdono e al dono di sé, la Chiesa si fa serva e mediatrice presso gli uomini. Pertanto, dove la Chiesa è presente, là deve essere evidente la misericordia del Padre” (MV 12)[11]. E’ questa la missione di ogni parrocchia e di ogni movimento che intende essere segno della presenza di Cristo nel mondo. Non ci può essere questa presenza senza misericordia. Nella Lettera Apostolica Misericordia et misera, scritta a conclusione del giubileo straordinario della misericordia, Papa Francesco sosteneva che le comunità cristiane potranno rimanere vive e dinamiche nel lavoro di evangelizzazione a patto che si tenga al centro l’annuncio della misericordia[12]. E’, di fatto, l’annuncio della misericordia il segno tangibile di quella conversione pastorale tanto richiesta da Papa Francesco sin dall’inizio del suo pontificato. La centralità dell’annuncio della misericordia nella comunità cristiana è visibile nella liturgia eucaristica, in cui in diverse circostanze, ne viene invocata la presenza tra i fedeli. Non solo nell’atto penitenziale, ma anche in tante collette e orazioni, oltre che nelle preghiere eucaristiche del tempo di quaresima la misericordia risuona nella Chiesa. Papa Francesco ricorda anche che nella chiesa ci sono due sacramenti specifici che fanno riferimento alla misericordia, vale a dire il sacramento della Riconciliazione e l’unzione degli infermi. Ricordando sial la formula di assoluzione che la formula dell’unzione degli infermi, il Papa afferma che:
“Nella preghiera della Chiesa il riferimento alla misericordia, lungi dall’essere solamente parenetico, è altamente performativo, vale a dire che mentre la invochiamo con fede, ci viene concessa; mentre la confessiamo viva e reale, realmente ci trasforma. È questo un contenuto fondamentale della nostra fede, che dobbiamo conservare in tutta la sua originalità: prima di quella del peccato, abbiamo la rivelazione dell’amore con cui Dio ha creato il mondo e gli esseri umani”[13].
Dio si fa conoscere all’uomo e alla donna con il suo amore, che dona in modo gratuito e disinteressato a tutti. Compito della Chiesa è aiutare le persone a tenere il cuore aperto al dono gratuito della misericordia di Dio. Ecco perché Francesco sostiene nell’intervista con il giornalista Tornielli che, come confessore, anche quando si trovava dinanzi a situazioni che sembravano chiuse al perdono: “ho sempre cercato una fessura, uno spiraglio, per schiudere quella porta e poter donare il perdono, la misericordia”[14]. La Chiesa è lo sforzo di Dio si entrare in tutti gli spiragli che incontra sul suo cammino per immettervi misericordia: non si può permettere di arrendersi alle forme di durezza e di resistenza che incontra. La Chiesa della misericordia è la speranza del mondo.



[1] Cfr. in modo particolare: Misericordiae Vultus (MV), Bolla di indizione del Giubileo straordinario della Misericordia, 2015; Misericordia et Misera (MM), Lettera apostolica a conclusione del Giubileo straordinario della Misericordia, 2016
[2] FRANCESCO, Il nome di Dio è misericordia. Una conversazione con Andrea Tornielli, Piemme, Milano 2016
[3] Ivi, p. 24
[4] Ivi, p. 7
[5] AGOSTINO, SAN, Commento al Vangelo di Giovanni, 33,5. Cit. in FRANCESCO, Misericordia et Misera, (MM) n 1
[6] Nella conversazione con Toninelli, Francesco afferma che il nostro tempo e la nostra umanità hanno così bisogno di misericordia “Perché è un’umanità ferita, un’umanità che porta ferite profonde. Non sa come curarle o crede che non sia proprio possibile curarle […] Questa umanità ha bisogno di misericordia” FRANCESCO, Il nome di Dio è misericordia. Una conversazione con Andrea Tornielli, cit. p 30
[7] FRANCESCO, Misericordia et missra, cit n 2
[8] Ivi, n. 3
[9] Ibidem
[10] GIOVANNI PAOLO II, Dives in Misericordia, 13
[11] Cfr. anche, a questo proposito, la profonda riflessine di Papa Francesco nella conversazione già citata con il giornalista Tornielli: “Io credo che questo sia il tempo della misericordia. La Chiesa mostra il suo volto materno, il suo volto di mamma, all’umanità ferita” FRANCESCO, Il nome di Dio è misericordia. Una conversazione con Andrea Tornielli, cit. p. 22
[12] Cfr.PAPA FRANCESCO, Misericordia et misera, cit., n. 5
[13] Ibidem
[14] FRANCESCO, Il nome di Dio è misericordia. Una conversazione con Andrea Tornielli, p. 41